Viaggio in Armenia

Quando arrivai in Armenia capii che oltre ad aver affrontato uno spostamento notevole dalla mia terra natale, avevo anche intrapreso un viaggio nel tempo. I primi scenari che si manifestarono davanti ai miei occhi furono quelli della capitale Yerevan. Mi accorsi sin dai primi passi in quella città di quanto fosse ancora vivo il ricordo del regime comunista sovietico. Le strade che percorsi per arrivare al centro della città erano mal asfaltate, gli edifici erano quelli dell’edilizia popolare intensiva intrapresa durante l’occupazione russa. Appartamenti e abitazioni come tante piccole celle di un immenso alveare in cui una sola è l’ape regina, la Madre Russia, e tante, e tutte simili tra loro, le api lavoratrici.

Camminando per il centro di Yerevan percepii la necessità delle persone di somigliare quanto più possibile ai canoni occidentali della “bella vita”. Si vedeva dai gesti delle persone, dai loro sguardi, dai loro vestiti e dalle automobili di coloro che potevano permettersi vetture lussuose di importanti case costruttrici tedesche. Gran parte della popolazione continuava invece a guidare automobili prodotte durante gli anni ’70, retaggio di un periodo di grande povertà successivo alla fine della guerra fredda.

Conobbi la mia guida armena, Araxia, una bella e affascinante donna dai lineamenti del viso marcati. Parlando con lei appresi quanto il dramma più grande per il popolo armeno fosse quello del genocidio dei cristiani armeni commesso dai turchi nell’aprile del 1915. Un ricordo tuttora vivo nella mente di molte famiglie che persero propri parenti in quell’occasione, ricordo che impedisce la guarigione della ferita aperta soprattutto perché chi ne è stato artefice ancora non ha domandato perdono ai superstiti, ai nipoti delle vittime di quel tremendo evento. Nonostante il volto di Araxia fosse dipinto di sofferenza, traspariva dai suoi gesti e dalle sue parole un orgoglio per la propria gente che raramente ho veduto in altre persone.

La fede e la religiosità armena furono coinvolgenti. Primo popolo al mondo ad adottare come religione ufficiale il cristianesimo nel lontano 301, mantengono tuttora il loro rituale distinto da quello occidentale, altro tratto del viscerale attaccamento alla loro antica tradizione. Quando mi allontanai dalla città compresi quanto la fede fosse presente nella vita di queste persone. Le campagne della nazione accolgono centinaia di antichi monasteri di rara bellezza. Questi appaiono e scompaiono dietro le alture, nascosti dalle antiche vie principali, veri luoghi di calma e riflessione.

Proprio in questi luoghi mi accorsi di aver affrontato un viaggio indietro nel tempo, ben oltre gli ultimi anni della dominazione dell’Urss. I volti dei contadini che incontrai sugli altipiani armeni, la loro gentilezza, le loro case, la quasi totale assenza di infrastrutture per centinaia di chilometri manifestavano una povertà mai conosciuta dai miei occhi. Era come sentire i racconti dei miei nonni, come vedere scenografie di film che erano sempre stati solo nella mia immaginazione.

Nell’immensa periferia della nazione respirai la vera anima dell’Armenia. Quella inconsapevole del progresso, della ricchezza. La dimensione agricolo-pastorale di chi vive con i frutti del suo territorio e dei propri campi. È in quelle zone che vidi persone, bambini vivere in case che sembravano essere abbandonate. Tetti di lamiera coprivano le teste di numerose famiglie da un clima montano, a volte molto rigido. Sui volti dei mandriani che spesso incontrai sul mio cammino, sui visi degli anziani che nei paesi si avvicinavano offrendomi i loro prodotti artigianali, capii quanto differente fosse la loro dimensione. Quanto ancestrale fosse ancora la loro cultura e la loro tradizione.

Da occidentale critico della società in cui vivo la mia vita, sentii il bisogno di contribuire a preservare questa antichità. Le mie fotografie cercano di raccontare l’intrinseca bellezza e la semplicità di aspetti a volte drammatici della vita di questo popolo. I luoghi e le persone ritratte sono per me il ricordo di una sensazione di totale estraniamento dalla cultura di massa occidentale. Un tuffo in una dimensione primordiale dell’esistenza dell’uomo.